Salvare Napoli
Ventidue anni fa, nel 1986, la Fondazione Napoli Novantanove invitò ventiquattro grafici di fama mondiale a disegnare un manifesto "come contributo per una nuova immagine della città". I problemi della Napoli degli anni '80 erano, in sostanza, gli stessi di questi giorni: il degrado urbano, il traffico, l'inquinamento, la camorra. I ventiquattro artisti (Walter Allner, Stuart B. Ash, Saul Bass, Bruce Blackburn, Pierluigi Cerri, Ivan Chermayeff, Giulio Confalonieri, Heinz Edelmann, Gene Federico , Alan Fletcher, Jean-Michel Folon, André François, Milton Glaser, F. H. K. Henrion, David Hillman, Takenobu Igarashi, Mervyn Kurlansky, Italo Lupi, John McConnell, Armando Milani, Arthur Paul, Tullio Pericoli, Arnold Schwartzman, Massimo Vignelli) produssero un'immagine complessiva che non poteva che pescare nell'immaginario collettivo sedimentato e che, con pochi aggiustamenti, può essere ancor oggi la fotografia della città. C'era però, in quei giorni, un fermento sottotraccia, un entusiasmo che poi, qualche anno dopo, con l'elezione a sindaco di Napoli di Antonio Bassolino, sembrava potesse tradursi in un 'Rinascimento' napoletano vero e proprio. Ognuno ha potuto vedere quanto quelle speranze fossero chimera: e come, per parafrasare un altro napoletano illustre, Gianbattista Vico, i 'corsi e i ricorsi della storia' scivolino sempre verso il punto più basso.La mostra di quei manifesti era stata curata da Pierluigi Cerri e Giovanni Anceschi scrisse un testo partecipato e significativo di cui ripubblichiamo, di seguito, un estratto. Non sarebbe male se quei manifesti fossero ripresentati oggi: hanno ancora molto da dirci.
Napoli come metafora
Giovanni Anceschi
1986
(...) Tentando un concentrato di ciò che risulta dallo sguardo innamorato e impietoso dei grafici sul volto di Napoli, possiamo affermare che è proprio ciò che Napoli è veramente e che spiega l’attaccamento e l’angoscia tutta particolare che tutti proviamo nei suoi confronti. Essa, protometropoli mediterranea, è infatti antonomasia della città. Essa pare presentarci, e in fondo prorprio lo rappresenta, il rischio della nostra civiltà extraurbana, e anche il suo fascino febbrile. Nel degrado d’un tratto percettibile degli edifici, nella corruzione maculata della polluzione, ma anche nell’infinito happening multisensoriale che in essa sboccia ogni momento, il fatto è che questa città (o piuttosto la Città) brucia. C’è un senso, quasi un suono silenzioso di allarme che sta sospeso nell’aria. Anzi, Napoli non ‘sta’ solo ‘per’ la città. Napoli è metafora del pianeta, abusato e spinto ormai all’estremo, all’ultimo rischio.
C’è un lavoro, fra quelli realizzati dai grafici invitati, che identifica il pino di Posillipo con la nube atomica. L’albero della vita con il fungo della morte. Come al solito le antenne degli autori hanno captato in anticipo la realtà. Qualche tempo fa quell’immagine ci appariva un responso sibillino. Dopo Chernobyl il senso nascosto si è fatto del tutto palese.
Salvare Napoli vuol dire salvare il corpo gesticolante della vita.
da: Ventiquattro manifesti per Napoli, a cura di Pierluigi Cerri, Electa Napoli, 1986.
Inserito da gianni sinni | 08.02.08 |
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fa più disastri una frase/un pensiero del genere che mille scippi al porto di napoli.
ebbasta, sù! ancora con sta napoli di pulcinella e del vesuvio che fuma... il golfo, il sole, il mandolino, la pizza... i panni stesi...
approposito di icone. quel pino famosissimo delle cartoline del golfo di napoli è morto. non esiste più.
e chissà, un po' alla volta ci libereremo anche degli altri luoghi comuni.
Giuseppe Esposito il 08 feb 08 alle 14:56