Facciamo una colletta!
Il rapporto tra opere d’arte di varie epoche è sempre difficile e, a volte, problematico. Tendono a sovrapporsi concezioni e stili diversi, sensibilità a volte difformi. Così inserire una scultura moderna in un contesto storicamente determinato è un’operazione a volte esaltante, ma che non sempre, almeno in passato, si è rivelata felice.
In più, lo stato attuale della proposta e degli studi tende a
rigettare l’idea della statuaria commemorativa, a favore di una
ricontestualizzazione ambientale dello spazio e, a volte, del
territorio e del paesaggio. L’opera da inserire in un ambiente
precisamente individuato deve essere non solo bella (è il minimo) ma
anche funzionale e consequenziale a quell'ambiente. Può attivare
un’empatia positiva o stimolare un cortocircuito di senso. In ogni caso
l’oggetto d’arte non può essere buttato lì, per soddisfare la vanità
dell’artista o il portafoglio del gallerista. Deve essere, in qualche
misura, logico e ‘necessario’.
Detto questo gli esempi in negativo si sprecano e fin troppo facile
sarebbe elencare una serie di arredi urbani distribuiti a casaccio sul
territorio, posti a far da spartitraffico, superfetati abbastanza
inutilmente in rotonde periferiche o in giardinetti semiabbandonati.
Troppo spesso sembrano lasciati là al proprio destino, né grande né
magnifico.
La Regione Toscana ha da tempo attivato una
riflessione/catalogazione sugli episodi territoriali più significativi
di arte ambientale che, proprio in queste settimane, vengono eposti a
Pistoia, Palazzo Fabroni, nella mostra Arte/Natura, Natura/Arte, che
prevede anche un’estensione (visite guidate) nel
territorio. Gli episodi di contatto importante tra paesaggio e
architettura con l’arte contemporanea non mancano certo. Ne abbiamo
parlato più volte e non ci resta che rimandare a quelle ricognizioni:
dalle installazioni nella Fattoria di Celle, al reparto Dialisi
dell’Ospedale del Ceppo di Pistoia, alle installazioni dell’Ospedale
pediatrico Meyer di Firenze.
Recentemente al centro del Chiostro degli uomini del brunelleschiano
ospedale degli Innocenti di Firenze è stata piazzata una grande
scultura di Mimmo Paladino, Zenith. È, al momento, opera provvisoria,
destinata a tornare a casa dopo l’esposizione, ma ci si augura un
ripensamento, dell’istituzione e dell’artista, che permetta una sua
collocazione definitiva. Zenith appare infatti, per quanto dicevamo
sopra, quasi perfetta. Ripercorre con sobrietà e nitore alcuni miti fondanti del Rinascimento e si sposa, in modo esemplare, con la grande, magnifica, architettura che la
circonda e la protegge. Non celebra alcunché, ma
evoca e amplifica la grande voce spaziale di Ser Filippo. Un po’ come
era successo con il Cavaliere morente di Marino Marini che, allocato
nel chiostro gotico del palazzo comunale di Pistoia, sembra quasi, ormai, che
da quelle pietre sia nato, tanto ne è consequenza e risultato.
Sono questi grandi esempi di consapevolezza artistica e progettuale (in
altri ambiti possiamo citare il Cipresso scaramantico di Sergio
Traquandi a Cavriglia, porta sul territorio tra il Valdarno e il
Chianti, e il grande anello di cotto di Mauro Staccioli ad Impruneta che si pongono, entrambi, come punto di visione, di sottolineatura e contatto tra arte e territorio).
Ci piacerebbe davvero che il cavallo e il poliedro di Mimmo Paladino
restassero in città. Si sarebbe pronti a tutto, anche a lanciare una
colletta di sottoscrizione pubblica.
Inserito da ra.des | 20.11.09 |
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