Ando Gilardi: fotografo scalzo
Olive e bulloni, che inaugura venerdi 11 settembre alla Fondazione Benetton Studi Ricerche in Via Cornarotta 7-9, Treviso (a cura di Fabrizio Urettini, con testi di Patrizia e Elena Piccini e Sergio Polano, fino al 25 ottobre) presenta le foto che Ando Gilardi aveva scattato, durante tutti gli anni cinquanta, al seguito delle lotte operaie e contadine guidate dalla CGIL. Gilardi fu infatti redattore e fotografo quasi ufficiale del sindacato (collaborava al giornale Lavoro) e si trovò a documentare il paese negli anni della ricostruzione, con tutte le contraddizioni e le miserie dell’epoca.
Gilardi amava definirsi, forse con un pizzico di civetteria ma
certo anche con malcelato orgoglio, un ‘fotografo scalzo’, come, nella
Cina di Mao Tse Tung, qualche anno dopo, si definirono ‘medici scalzi’ quelli che andavano
in campagna, con una borsa povera di attrezzi, a curare slogature e
ferite da lavoro, raffreddori e febbri maligne. Medici ‘condotti’,
compresi della difficoltà di vivere e di lavorare, complici dei loro
pazienti perché, alla fin fine, si trovavano, ‘scalzi’, ad affrontare
la stessa durezza di vita.
Ando Gilardi come ‘fotografo condotto’ quindi, catapultato nelle realtà
dure e difficili di un paese uscito in ginocchio dalla guerra,
'fotografo condotto' come testimone e documentarista, ma anche partecipe e
‘complice’ delle condizioni di vita che andava fotografando.
Nella presentazione della mostra si legge che Gilardi rappresentava
l’Italia del dopoguerra “con un’ottica che la immaginava proiettata in
un futuro migliore.” Certo, perché un futuro doveva pur esserci per
quella gente proletaria curva a raccogliere le olive o costretta a condividere
la camera da letto con l’asino di famiglia, adattata a costruirsi con
poca lamiera e tanto cartone e assi di legno delle bidonville di provvisoria certezza.
Un futuro c’era, si sperava che ci fosse, perché i bambini sorridevano
in posa, al loro ‘fotografo scalzo’ alzando il pugno chiuso e i
giovani contadini si lanciavano a un urlo di gioia contenuta ma sicura
mandando in alto le proprie falci.
Quello che le foto ci mostrano è un paese che non esiste più ma che
mantiene parti di quella disperazione e che ha dimenticato anche i rari
momenti di serenità. Un paese che oggi si vede indifferente e
arrogante, compulsivo, scarsamente solidale. Allora, nelle foto di
Gilardi, l’unico della piazza che è capace di leggere il giornale
compita i fatti del giorno e tutti ascoltano; commenteranno, crediamo,
e diranno la loro. Una donna che ha lasciato il paese si siede
stanca sulle sue valigie. Dove sta andando? Che accoglienza avrà? Chi
la sta aspettando?
Il ‘fotografo scalzo’ registra e appunta i fatti ma ne dà anche la sua
interpretazione di parte. Non ci sono foto ‘oggettive’ negli scatti di
Gilardi. Tutto è passionale, dichiaramente partigiano, tutto fa parte
di un progetto sociale e politico perfettamente trasparente e
identificabile. Proprio per questa loro utilità e passione,
cinquant’anni dopo, queste foto ci sembrano così significative e,
diciamolo pure, così belle.
Olive & bulloni. Ando Gilardi. Lavoro contadino e operaio nell'Italia del Dopoguerra 1950-1962, a cura di fabrizio Urettini, Edizioni Fototeca Storica Nazionale, 2009
Inserito da ra.des | 09.09.09 |
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minorile nelle fabbriche di vetro della zona del rione Siberia di Napoli, le lotte finite male per ottenere le terre demaniali di Persano (Salerno) dei contadini della riforma fondiaria della Valle del Sele. Ho realizzato un libro fotografico nella collana di "Mazzotta Fotografia", dopo di che sono rimasto disoccupato visto che nessuno si interessa del mondo subalterno se non in modo aulico, retorico pur non essendo ancora estinti
le classi subalterne.
Sindacati e partiti mirano evidentemente, a ceti più consistenti e forti, nel loro lavoro quotidiano di tutela e di rappresentanza.
Antonio Tateo il 09 set 09 alle 12:41