Il secolo dei media
Che la comunicazione rappresenti uno degli elementi connotativi della
nostra epoca è ormai uno dei più diffusi luoghi comuni. Così come sono
diffuse analisi sulle modificazione che l'onnipresenza di media
particolarmente invasivi come la televisione e internet producono su
cultura e quotidianità. È raro tuttavia che queste riflessioni riescano
a bucare lo strato superficiale della realtà per coglierne e
comprenderne i processi profondi in atto.
Ci prova, e per molti versi ci riesce, il libro di Peppino Ortoleva,
che insegna Storia dei mezzi di comunicazione all'Università di Torino,
uscito a gennaio per le edizioni Il Saggiatore con il titolo Il secolo dei media. Riti, abitudini, mitologie.
Il libro di Ortoleva, seguendo una tradizione che annovera gli studi di Marshall McLuhan, Umberto Eco, Roland Barthes e Susan Sontag, scruta i meccanismi sociali e antropologici che le crescenti possibilità offerte dai mezzi di comunicazione attivano nella nostra società. E Il secolo dei media è essenzialmente un libro di storia. Una storia che pone al centro della propria disamina il fenomeno della crescita inarrestabile — per numero di mezzi e per quantità di dati a disposizione — che ha caratterizzato l'ultimo secolo e mezzo, quasi che la domanda di comunicazione rimanga perennemente insoddisfatta. Una ridondanza che è all'origine di radicali cambiamenti nelle abitudini sociali e di cui l'autore propone un'interpretazione originale e approfondita (valga a tal proposito quanto magistralmente descritto nei capitoli "Per un'antropologia della ridondanza" e "La meraviglia e l'abitudine").
La nostra, ci dice Ortoleva, è la prima società — che il luogo comune definisce infatti "dello spettacolo" — nella quale "la fruizione degli eventi drammatici sia non solo quotidiana ma abbia luogo in diversi momenti della giornata, facendo così cadere tutte le forme di protezione e separazione che in quasi tutte le società esistenti avevano circondato le rappresentazioni drammatiche, collocandole in luoghi e tempi dedicati". Un fenomeno che ha portato alla formazione di quelli che l'autore definisce miti e riti a "bassa intensità" in contrapposizione con quei rituali codificati, come quelli del lutto, che per secoli ci hanno accompagnato e che sono andati scomparendo nel breve volgere di qualche anno: "cerimoniali instant, fondati non tanto sulla condivisione di valori quanto sul radicarsi, magari effimero ma dilagante, di abitudini comuni [...] nei cerimoniali del rock come in quelli del tifo sportivo, fino ai recenti fenomeni cult che si propagano via internet, dalle feste convocate da un momento all'altro agli scambi di parodie su You Tube: culti dedicati magari a oggetti sempre diversi, ma basati su modelli sostanzialmente ripetitivi".
La crescita esponenziale delle modalità di comunicazione ha plasmato di fatto una nuova realtà sociale nella quale sono venuti meno in maniera imprevista dei tabù millenari, e su cui si diffonde l'autore con ricchezza di documentazione, come quello della pornografia e come quello del giuramento. Esempi, cui si aggiungono le due ampie digressioni sul giornalismo sportivo e la canzone, che ci possono dare una più approfondita percezione di come la nostra vita relazionale e culturale sia stata modificata dall'esperienza ipertecnologica che viviamo quotidianamente.
Consigliabile a chiunque si occupi seriamente di comunicazione.
Peppino Ortoleva, Il secolo dei media. Riti, abitudini, mitologie, Il Saggiatore, Milano 2009, € 19.
Inserito da gianni sinni | 25.08.09 |
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