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design e cultura quotidiana

Più Design Può. Enzo Biffi Gentili

In attesa dell'incontro Più Design Può, che si svolgerà a Firenze il 22 e il 23 maggio prossimi, ripubblichiamo alcuni degli articoli apparsi sulle pagine di Sdz che presentano i lavori e le ricerche svolte dagli ospiti al convegno. Dopo Marcia Lausen, John Emerson e Steven Heller, il progetto "Biella è Bella" condotto da Enzo Biffi Gentili che all'incontro di Firenze presenterà i risultati. 

Scritture urbane
di Enzo Biffi Gentili

Agli inizi del 2007, assumendo l’incarico di consulente della Città di Biella per il cosiddetto arredo urbano, mi sono posto il problema del limite di questa logora locuzione, che fatica a riassumere le nuove domande di identità, di immagine e comunicazione urbana. Occorreva quindi prevedere anche l’ingresso di discipline diverse dal product design: l’urbanistica, l’architettura, le arti applicate e last but not least la grafica o, meglio, l’environmental graphics, l’archigrafica.

Non avevo e non ho in mente per Biella, sia chiaro, una sorta di look of the city, un semplice impavesamento effimero, anche se accurato come quello di Italo Lupi e Migliore e Servetto per i Giochi Olimpici Invernali di Torino del 2006. Perché più in generale dell’arredo urbano non mi piace l’aspetto provvisorio e intercambiabile, e non solo quando si tratta di oriflammi e striscioni o di “luci d’artista”, ma anche di tutta quella carpenteria metallica, e gabbiotti e paline e paletti e cartelli prodotti dalle multinazionali del settore, prima fra tutte la francese Decaux, che pur affascina ogni ammiratore provinciale di internation style. Eppure, quando per la prima volta si parlò d’arredo urbano in Italia, in Piemonte, a Torino alla fine degli anni ’70, le più solide referenze sapevamo trovarcele in casa. Mi ricordo i colloqui con Ettore Sottsass, e l’ accordo trovato nell’ammirare le vecchie attrezzature ‘fasciste’ della ditta Ugo Renzi di Torino, a partire da quei vespasiani che si imponevano come vere e proprie solide e molto marziali e ben rifinite architetture (e ora a Biella con Sottsass Associati proviamo a riproporre attrezzature e pensiline d’ancor maggiore qualità  artigiana, passando dal conglomerato cementizio all’uso, persino, del laterizio…). Del resto, la storia della cultura del progetto nel ‘900 a Biella è basata sulla perizia muratoria e su notevoli prove moderniste, con gli importanti testi razionalisti e i paramenti in mattoni di Giuseppe Pagano, e quelli futuristi di Nicola Mosso: sulla base di quei vecchi valori tattili mi piace pensare alla trasmissione di nuovi valori visivi, informativi… Potrei essere accusato di “revisionismo” per questi riferimenti a testi architettonici del fascismo: è quindi necessario nominare un “garante”, insospettabile. Da tempo l’ho trovato in Theo Crosby, l’ urbanista, architetto, grafico e saggista nato in Sudafrica nel 1925 e purtroppo morto in Inghilterra nel 1994, con quella sua singolare formazione e peripezia di individuazione professionale tra scuole d’arti applicate e Pop Art;  Archigram e Pentagram Design. Un sofisticato dandy, a giudizio di Andrea Branzi, ma che  ci poneva un serissimo problema: Architecture: City Sense (e così intitolò un suo libro fondamentale). Torniamo quindi alla questione del senso, dell’identità di una città come nuovo obbiettivo del cosiddetto arredo urbano, e ci torniamo, con l’antifascista Crosby, ripartendo dal fascismo. Vediamo come: “E’ stato di moda disprezzare le costruzioni fasciste, ma esse non erano prive di intelligenza.(…) L’edilizia fascista fu anche degna di nota per la sua stilizzazione delle iscrizioni architettoniche, uniformemente eccellenti. I titoli degli edifici, le massime o i testi commemorativi furono usati decorativamente, ed essi risolsero molti di quei problemi di identità che noi troviamo così intrattabili nei nostri edifici moderni(…) Qui almeno l’edilizia italiana anteguerra trovò chiare ed eleganti soluzioni, usando la scrittura e la scultura per segnare l’accesso nella forma. (…) Attraverso la loro integrazione nelle costruzioni esse rendono queste strutture moderne umane e gustose. Esse mediano tra la costruzione e il visitatore, rendono la costruzione avvicinabile e accogliente. L’uso dell’arte in questa maniera è stato dimenticato e ignorato, nella passione per la nudità strutturale e il minimalismo. William Morris invitava un secolo fa ad un’arte grande e decorativa, per il godimento e la ricreazione del pubblico. Essa ci è necessaria ora più che mai.” (T. Crosby, Il monumento necessario, Dedalo libri, Bari 1980.). Gli anglosassoni, si sa, sono da sempre più attenti a una dimensione ambientale e architettonica della grafica, e tuttavia recentemente due studiosi di questo tipo di interventi, Phil Baines e Catherine Dixon, hanno rilevato che “la mancanza di dibattito che ha caratterizzato gli ultimi tempi è stata accentuata da uno spostamento nei percorsi professionali artistici e in quelli relativi all’insegnamento del design. Paradossalmente, per quanto le lettere siano onnipresenti nell’ambiente circostante, il lettering ambientale non viene insegnato come materia autonoma” (P. Baines, C. Dixon, Segnali. Grafica urbana e territoriale, Logos, Modena 2004). Ma gli stessi autori si rendono conto che si tratta di materia particolarmente complessa, che “non rientra in nessuna disciplina specifica”, che “include il lavoro di letteristi anonimi, autori di segnali, grafici, artisti, artigiani e ingegneri” e si limitano quindi a un pur importantissimo e ben strutturato regesto a livello internazionale di “segnali”. A Biella, l’ambizione è maggiore, ed è quella di avviare una serie di azioni progettuali dirette alla identificazione e denominazione di luoghi e percorsi, a una ridefinizione di spazi. Un procedimento di lettura, e scrittura, urbana, che da solo non avrei mai potuto affrontare. Per questo ho proposto all’Amministrazione Comunale di Biella di avvalersi della consulenza dell’AIAP per avviare una procedura innovativa che consentisse, con l’apporto di studi professionali caratterizzati da patrimoni di conoscenze e approcci disciplinari molto differenziati, la costruzione di una piattaforma di progetto  articolata (mettendo pure nel conto un’immagine scoordinata…). Così sono stati invitati a partecipare a un brief progettuale a Biella gli altoatesini Architekturburo D3, i torinesi di Bellissimo, i lucani dello Studio Mauro Bubbico, gli emiliani-romagnoli Diversi Associati e Meat Collettivo Grafico, che dovranno misurarsi su sette diversi obbiettivi di grafica territoriale, da quella più ‘funzionale’ a quella espressiva e persino ‘poetica’. I risultati dei loro progetti di massima saranno pubblicati su di un numero speciale del magazine “AfterVille”, che sarà distribuito a tutti i partecipanti al prossimo XXIII Congresso Mondiale degli Architetti UIA, che si terrà a Torino dal 29 giugno al 3 luglio 2008. E, nell’occasione, di una cosa almeno saremo certi: questo  laboratorio  biellese consentirà ai grafici, molto più che ad altri professionisti, di stare perfettamente  nel tema ufficiale assegnato al Congresso: Transmitting Architecture.

P.S. Gli argomenti di progetto assegnati ai cinque studi invitati a Biella sono i seguenti: Logotipo-claim Biella è Bella; Sistema di segnalazione turistica per la descrizione di beni culturali; Sistema di segnalazione della toponomastica cittadina; Archigrafica della poesia Piemonte di Giosuè Carducci da porsi lungo il Viale Carducci; Archigrafica segnaletica dell’ingresso della Biblioteca Civica; Progetto grafico per tessuti da esterni da utilizzare nei dehors; Archigrafica in area stadio-skate park e/o su scuole da delineare in forme di progettazione partecipata con  studenti e/o  writers biellesi.


Inserito da gianni sinni | 18.05.09 | (0) | Pubblica Utilità | stampa |




 
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