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design e cultura quotidiana

Lettere per legge. Tipografia e nazionalismi

John Emerson

La tipografia ha da sempre costituito un potente strumento nelle mani di dittature e di nazionalismi per determinare l'appartenenza culturale di un paese. È questo il tema dell'articolo di John Emerson "The Law of the Letter" che appare sul numero di questo mese di Print e che pubblichiamo, per gentile concessione dell'autore, qui di seguito.

È un umido giorno del Gennaio 1998. Una macchina piena di monaci Tai Lüe arriva sferragliando al confine tra Burma e la Cina. Le guardie di confine fanno cenno ai monaci di proseguire, senza preoccuparsi di possibili azioni di contabbando. Eppure, nascosta nella tunica color zafferano di uno dei passeggeri sul sedile posteriore, in quella macchina si trova una delle chiavi per la lotta del popolo Tai Lüe: una chiavetta Usb contenente l’ultima versione della font per la lingua Tai Lüe.


Così come i Curdi, i Tai Lüe non hanno una terra propria. Sparse nel Sud della Cina, nel Nord della Tailandia, nel Burma e nel Laos, le comunità Tai sono state represse per decenni, mentre la loro cultura veniva costretta a nascondersi nel sottosuolo dai regimi di tali paesi, desiderosi di controllare le espressioni pubbliche di qualsiasi “etnicità”. Eppure, dopo decenni di lotta, la cultura Tai sta adesso vivendo un Rinascimento sotterraneo, e sta nuovamente fiorendo. La tecnologia digitale – e la tipografia in particolare – ha reso possibile questo risorgimento, rinforzando una comunità culturale che va al di là di ogni confine fisico.


I type designer sanno bene che il contesto, la cultura e la storia modellano i connotati del disegno dei caratteri. Ma, tranne alcuni occasionali interventi critici più che altro legati a occasioni pre-elettorali, si dedica poca attenzione al ruolo politico della tipografia, e al modo in cui la politica stessa cambia a sua volta la tipografia. La verità è che la tipografia gioca un ruolo centrale nella costruzione delle nazioni.


Nel suo libro datato 1991, Imagined Communities: Reflections on the Origin and Spread of Nationalism (lett. Comunità Immaginate: Riflessioni sull’origine e sulla diffusione del nazionalismo), lo scienziato politico Benedict Anderson decrive la nazione moderna come una comunità politica immaginata – un insieme di idee riguardanti la geografia e l’identità unite l’una all’altra attraverso atti culturali e atti di forza, e trasmesse attraverso il linguaggio e l’immaginario. La tipografia è la chiave di questa trasmissione culturale. Non è un caso che la creazione della stampa mobile e la diminuzione dei prezzi della carta nel Diciassettesimo secolo abbiano coinciso con l’Illuminismo europeo. Il crollo dell’ancièn regime e la nascita della nazione moderna avvennero in coincidenza con la difusione di stamperie indipendenti che pubblicavano opere nella propria lingua locale. Non più confinate a stampare testi religiosi o ufficiali, esse introdussero le pubblicazioni in lingua locale, capaci di creare nei lettori un senso di simultaneità e comunità culturale all’interno dei vasti imperi di lingua latina, cinese e araba. Questa simultaneità è resa alla perfezione dal design grafico dei giornali: numerosi elementi narrativi disposti all’interno di una griglia interconnessa.


Mentre nel Diciannovesimo secolo le identità culturali nazionali emergevano dal basso verso l’alto, nel Ventesimo secolo la nazione moderna venne rinforzata dall’alto verso il basso, attraverso l’uso della tipografia, quando molti stati cambiarono i propri sistemi di scrittura. Nonostante i linguaggi parlati rimanessero in gran parte immutati, le loro rappresentazioni visive cambiarono in ogni libro, segno e prodotto stampato all’interno del paese. In ciascuno dei seguenti casi, la scelta dello stile di scrittura andò a formare le idee riguardo a ciò che un paese è o non è.


Il primo Gennaio 1929 Mustafa Kemal Atatürk, il fondatore della Turchia moderna, dichiarò fuori legge l’uso dei simboli arabi nella scrittura turca. Adottò le lettere latine e i numeri occidentali, con lo scopo di unire il variegato impero ottomano sotto un’unica scrittura e anche per ridurre "l’influenza esterna". Imponendo la nuova scrittura, il governo voleva stabilire uno stato turco forte e promuovere un’identità nazionale che avrebbe soprasseduto alle identità etniche e religiose dei singoli cittadini. La nuova scrittura è stata ulteriormente rafforzata dal divieto di usare caratteri che non siano presenti nell’alfabeto turco. Ancora nell’ottobre 2005 una corte turca multava 20 persone per aver usato le lettere q e w su alcune placche presenti sul luogo di una celebrazione del nuovo anno curdo.


Venti anni dopo le scelte politiche di Atatürk, anche la Cina trasformò il proprio stile di scrittura. La riforma della scrittura cinese trova le proprie radici nel Diciannovesimo secolo, ma fu Mao Zedong a renderla effettiva tramite vere e proprie leggi. (Mao, a sua volta calligrafo, doveva essere assai conscio del potere della stampa). Un mese dopo la presa del potere nel 1949, il Partito Comunista instaurò una Commissione per la Riforma Linguistica, col preciso compito di semplificare la scrittura cinese. Tale mossa aveva lo scopo di promuovere l’alfabetismo e unire il paese, ma al contempo mirava a schiacciare le molte lingue locali presenti entro i confini cinesi.


La riforma della scrittura tuttavia non risulta sempre uno strumento oppressivo. Può anche divenire un’occasione da celebrare – un simbolo di indipendenza. Ogni anno nelle due Coree si celebra l’Hangul Day per commemorare l’invenzione del sistema di scrittura coreano nel 1443. Tale scrittura fu soppressa per centinaia di anni da vari regimi e dittature, ma successivamente all’espulsione dei Giapponesi nel 1945, la Corea rinunciò ai caratteri cinesi e scelse l’Hangul come proprio sistema di scrittura ufficiale.


L’Azerbaijan, un piccolo paese ricco di petrolio dove l’Europa dell’Est incontra l’Asia dell’Ovest e l’Iran, presenta una storia controversa riguardo alla sua attuale scrittura latina. Nel Settimo secolo fu introdotta la scrittura araba (durante le conquiste arabe), che venne usata dagli azerbaigiani sino agli anni ’20, quando venne scambiata con la scrittura latina sotto il dominio sovietico – un tentativo volontario di diminuire l’influenza islamica nella zona. Nel 1939 Josef Stalin andò ancora oltre, nel proprio progetto coloniale, imponendo l’alfabeto cirillico in tutto l’Impero sovietico. Dopo aver ottenuto l’indipendenza nel 1991 l’Azerbaijan scelse però di ritornare alla scrittura latina, e adottò una versione ammodernata del sistema di scrittura del 1929. Il cambiamento era parte di un massiccio re-packaging dell’identità nazionale del paese, nonchè un veicolo per legittimare il nuovo governo.


I sistemi di scrittura hanno il potere di unire o dividere comunità imparentate. Il Serbo ed il Croato sono per esempio dialetti simili derivanti dalla stessa lingua – talmente vicini difatti che la lingua è solitamente definita Serbo-Croato. Ciascuna delle due presenta però una propria scrittura: i Serbi usano il cirillico, mentre i Croati usano il latino. Anche l’Hindi e l’Urdu condividono vocabolario e struttura grammaticale simili, e i linguisti si riferiscono ad esse come ad una sola lingua: l’Hindi-Urdu. Eppure nella scrittura la loro distinzione ha significati religiosi e politici. L’Hindi è scritto in Devanagari associato all’Induismo, mentre l’Urdu è scritto con simboli arabi associati con l’Islam. L’Hindi è usato in India, mentre l’Urdu è usato in Pakistan. La differenza ideologica tra ciò che significa essere Serbi o Croati, Hindu o musulmani, è stata cavalcata da demagogi nazionalisti per promuovere conflitti e guadagnare potere politico.


La tipografia può anche evocare narrazioni del passato al servizio dell’identità nazionale. Negli anni ’30 i nazisti stabilirono che il gotico fosse profondamente e autenticamente tedesco, mentre i fascisti italiani adornavano i propri monumenti con lettere maiuscole in stile traianico, trovando così una palese connessione tra il proprio partito e l’Impero Romano. Ma movimenti di questo tipo possono anche emergere dal basso. Nella regione basca della Spagna, la scrittura in stile Euskadi — una scrittura dalle forme gonfie e con grazie appuntite, risultato dell’antica tecnica artigianale di grattare via la pietra dai lati delle lettere anzichè inciderle — evoca miti riguardanti un idilliaco passato non spagnolo. Dopo il ritiro del divieto di espressioni di nazionalismo basco negli anni ’30, gli stampatori e le fonderie della regione dedicarono ampia attenzione al catalogo di monumenti baschi redatto da Louis Cola nel 1888: una collezione di studi e frottage di caratteri raccolte durante viaggi a dorso di mulo svolti nella zona. Usare la scrittura basca può essere dunque interpretato come gesto patriottico o insurrezionalista, a seconda del punto di vista.

Il catalogo redatto da Cola si ispirava apertamente a iscrizioni e tombe del periodo romano. Alcuni dei più potenti strumenti nella creazione di miti nazionalisti si nascondono proprio in funzioni umili della stampa. Il sistema segnaletico dei Parchi Nazionali degli U.S.A., che recano le scritte bianche in Clarendon o NPS Roadway su sfondo scuro, evoca i caratteri in legno della frontiera e del selvaggio West. Ciò è notevole perchè differisce dal sans-serif Serie D e E-Modified su sfondo verde dell’Amministrazione delle Autostrade federali. La differenza sottolinea una distinzione tra strade nei parchi e strade “regolari”.
L’uso esteso dello stesso carattere all’interno di una medesima area geografica aiuta a cementificarne il peso culturale, e la legislazione ha il potere di assicurarne un uso coerente sui territori governati. La tipografia pubblica dona alle aree un proprio carattere e aiuta a creare idee di luogo. Persino nel testo più umile o nel segnale più insignificante, aiuta a determinare una linea di fondo — ciò che è considerato “normale” — e ad influenzare la comprensione di identità culturale che definisce le comunità e l'idea di “noi” e degli “altri”.
I partiti di governo possono usare la stampa per far mettere in crisi tali identità, o per consolidare il proprio potere; ma come i monaci Tai sapevano bene, nell’attraversare il confine con circospezione e font di contrabbando, gli strumenti di trasmissione culturale sono facilmente accessibili. I movimenti dal basso stanno scoprendo che non necessariamente devono essere la legge o la forza a rendere coese le comunità, le identità e le nazioni: possono anche essere la cultura, le idee.


Questo articolo appare nel numero di Print di luglio/agosto 2008.
John Emerson è un designer, scrittore e programmatore di New York. I suoi testi sul design e sull’attivismo sono stati pubblicati su Communication Arts, Metropolis e su The Wall Street Journal. Il suo sito web è backspace.com.


Inserito da gianni sinni | 21.07.08 | (0) | Propaganda | stampa |




 
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Illustrazione di Joon Mo Kang  

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