Farsi la stamperia
Cosa manca alle realizzazioni digitali che spesso appaiono fredde e distanti? Forse l'elemento di cui si sente la mancanza è il fattore umano o, in altre parole, l'errore e l'imperfezione. Non è un caso che buona parte della ricerca e della sperimentazione grafica degli ultimi anni sia andata a recuperare l'immagine imprecisa. La tipografia sporca, i disegni a mano, la grafica vernacolare hanno cercato di sdoganare a livello estetico ciò che da un punto di vista purista sarebbe assolutamente da evitare perché malfatto, brutto, sporco e cattivo.
Il libro di Claude Marzotto Caotorta, Proto tipi. Farsi una stamperia, cerca di fornire gli strumenti pratici, se non un metodo, per crearsi una sorta di tipografia artigianale in autogestione.
Il lavoro dell'autrice, che prende l'avvio dalla sua tesi di laurea discussa al Politecnico di Milano due anni, prende in esame le molte tecniche che possono essere messe in atto per creare composizioni il cui denominatore comune è un risultato caratterizzato dall'imperfezione della tecnica, ma che, proprio per questo motivo, risulta ben più espressivo dell'algida tipografia digitale.
Le lettere diventano così utensili, strumenti artigianali di volta in volta fuse in fogli di polietilene, intagliate nelle gomme da cancellare, riprodotte con matrici in gesso, incise su fotopolimero, composte e legate a mano — come facevano i proto di una volta —, infine inchiostrate e pressate.
Una rivincita pienamente giustificata della manualità e della tecnologia artigianale, quasi rudimentale, sulla tipografia virtuale del software.
Claude Marzotto Caotorta, Prototipi. Farsi una stamperia, Stampa Alternatica & Graffiti, Roma 2007, euro 13.
Inserito da gianni sinni | 29.05.08 |
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